06/07/2018

CHIAMATA DIRETTA: LA SOLITA (E STANCA) POLEMICA ESTIVA

La legge 107/2015, meglio nota come Buona Scuola, è un provvedimento complesso, che interviene sulla scuola italiana riformandola in profondità, ma, certamente, i più discussi e contestati tra gli istituti da essa introdotti sono la chiamata diretta e il bonus premiale. Entrambi tanto invisi alla maggior parte della classe docente, quanto apprezzati da alcune associazioni dei dirigenti scolastici, che, va detto, a onor del vero, non rappresentano il sentire di tutta la categoria e, qualche volta, neppure quello dei propri aderenti.  Dette associazioni pensano di poter costruire, all’ombra dei menzionati  istituti, una nuova figura professionale, del tutto inedita nel mondo del pubblico impiego, ossia quella del dirigente che, apoditticamente attribuitasi la qualifica di rappresentante dell’utenza nei confronti di una classe docente mediocre e bieca, dovrebbe gestire la scuola (che è e rimane un ente pubblico, per la banale circostanza di vivere con risorse pubbliche) con criteri e modalità tipiche del mondo del lavoro privato. Quindi, chiamata diretta del docente ritenuto più idoneo ai fini dell’ineffabile e impalpabile elemento che è l’implementazione del PTOF, e distribuzione discrezionale di incentivi economici da parte del dirigente stesso, che, come si diceva, assumerebbe così connotazioni uniche nel pubblico impiego, poiché a nessun’altra figura professionale di alcun altro comparto sono attribuiti poteri tanto penetranti ed ampi in materia di gestione del personale.

La questione della chiamata diretta viene particolarmente in considerazione nella fase dell’anno destinata alla mobilità, quando più alti si levano i lamenti per la fosca connivenza di sindacati e amministrazione nel diniego di libertà a carico di chi saprebbe come far andare le cose nel giusto verso, se solo …

Appunto alla chiamata diretta e alle evidenti difficoltà ad essa connesse vorremmo dedicare qualche breve riflessione.

Sarà magari una banalità, ma la scuola, come si accennava poco sopra, è un ente pubblico, perché i piccioli, gli sghei, le risorse finanziarie che la fanno vivere sono quelle che derivano dalla fiscalità generale. Se ciò basta (e dovrebbe bastare) ad attribuire alla scuola quel carattere pubblico che siamo tutti inclini a riconoscerle, è evidente che su di essa gravano esigenze che non sono tipiche di chi opera sul mercato assumendone il relativo rischio. Su un ente pubblico, ad esempio, incide la responsabilità di pari accesso dei cittadini, sia dal lato dell’utenza (e fin qui la questione è pacifica, almeno per ora, e non volendo considerare certe cose che si son lette sui siti di alcuni istituti scolastici, che, pure, dovrebbero essere sottoposti alla sorveglianza di chi li dirige) sia, però, anche dal punto di vista di chi opera. La nostra Costituzione prevede un fondamentale art. 21, a tutela della libertà di pensiero, che è libertà politica, ma anche libertà culturale e scientifica, ad evitare il rischio di dover riabilitare qualche altro Galileo alcuni secolo dopo la sua scomparsa, o piangere qualche altro funesto rogo in piazza Campo de’ Fiori. Frutto di lotte e sofferenze, la libertà di pensiero garantita dall’art. 21 è una fondamentale conquista del nostro paese, il quale, come ampiamente noto, non ha potuto godere di un assetto democratico che con l’avvento della Costituzione Repubblicana.  Tanto quest’ultima tiene in considerazione quella preziosa libertà da aver costituito ciò che i giuristi definiscono spesso la sua trincea avanzata, ossia la libertà di insegnamento, tutelata dall’art. 33 della costituzione: L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. ecc.…

Ora, ci sia consentito un ragionamento per paradossi, che tali appaiono solo ai nostri occhi di cittadini del terzo millennio, abituati a contrapporci in materia politica, ma di rado, come accadeva frequentemente in passato, su questioni di carattere culturale e scientifico, capaci, in altri tempi, di influire sull’ordine costituito ben più che non le ragioni di fazione.  Come si concilia, dunque,  il dettato costituzionale con una chiamata diretta che giudicasse non compatibile con la realizzazione dell’offerta formativa di un dato istituto tecnico commerciale, ad esempio, l’idea proclamata da un docente di economia di ispirazione keynesiana, ma avversata da un dirigente monetarista, ex docente della stessa materia, che l’intervento pubblico in economia sia essenziale per il rilancio della stessa nelle fasi di recessione? E che dire del possibile conflitto tra un docente evoluzionista e un preside creazionista (polemica niente affatto ottocentesca, ma che, al contrario, ha ripreso un inaspettato vigore anche nei nostri laici tempi)? C’è la possibilità che in un futuro, non sappiamo quanto prossimo, ma possibile, secondo l’esperienza storica, gli immigrati di quarta o quinta generazione smettano di cogliere pomodori, diventino insegnanti e presidi (ricordate che gli Arabi hanno conservato Aristotele all’Occidente) e considerino compatibile con il PTOF del proprio istituto solo l’adesione all’Islam? Ipotesi non meno orribile di quella che non consentisse a un africano, divenuto ormai italiano, di insegnare, solo perché di religione non cristiana.

Questa, sia pure illustrata per casi limite e paradossali, è la tematica che si agita dietro la chiamata diretta (come si vede, ci siamo tenuti lontani dai temi politici, divisivi per natura): il pluralismo della scuola italiana, che, a bene vedere, è quello stesso della società nel suo complesso. Pluralismo che la chiamata diretta certo non assicura. Si dirà: ma i presidi sono persone equilibrate; è solo un pregiudizio quello che attribuisce ai dirigenti scolastici italiani possibili intenzioni liberticide. Che i presidi italiani siano, in genere, persone di buon senso è inoppugnabile, come dimostra il fatto che in questi anni hanno saggiamente ignorato, di fatto, l’istituto della chiamata diretta. Ma le norme non sono fatte per i casi migliori, poiché, altrimenti, la scienza giuridica sarebbe pressoché inutile.

Aggiungiamo, a completamento del ragionamento, che, una volta riconosciuta alla scuola, perché la chiamata diretta dovrebbe essere negata ad altri pubblici dirigenti? Non sarebbe giusto che il questore, come garante dei cittadini, si scegliesse i migliori poliziotti, quelli più formati al combattimento, non appesantiti dagli anni (ricordate Brunetta e la polemica sui poliziotti panzoni)?  O forse, così facendo, si correrebbe il rischio di trasformare la milizia pubblica in milizia privata, non troppo differente da quelle in cui servivano il Nibbio e il Griso di manzoniana memoria? E perché il procuratore generale non dovrebbe potersi scegliere i propri sostituti nelle procure italiane? Forse per garantire quella trascurabile bagattella della terzietà della giustizia? E via, e via, gli esempi si potrebbero moltiplicare all’infinito.

I fautori della scelta dei docenti da parte del dirigente, infine, hanno presente che ciò implica, fatalmente, un analogo potere nelle mani della burocrazia ministeriale rispetto ai dirigenti scolastici? E hanno capito che la burocrazia ministeriale è, a sua volta, nelle mani della politica? Data premessa maggiore e premessa minore, sono in grado, detti fautori, di giungere alla soluzione del sillogismo?

In realtà, la scuola italiana ha un gran debito nei confronti dei propri dirigenti, nonché la necessità di rivalutarne il lavoro sotto il profilo sociale ed economico. Ma ha bisogno di dirigenti che siano orgogliosamente dirigenti pubblici, consapevoli della propria funzione di garanzia verso la collettività tutta, del proprio ruolo di custodi dei beni comuni, di garanti del libero e paritario accesso dei cittadini utenti e dei cittadini operatori ai servizi che sono chiamati ad amministrare in nome e per conto del popolo italiano, e non di una sua qualche frazione o fazione. Per questo occorre rivalutarne ruolo e retribuzione. Ed è proprio la difficoltà di dare risposta a questi problemi, con ogni probabilità, a spingere certe associazioni ad indicare alla categoria il perseguimento di obiettivi che, di fatto, sono diversivi privi di utilità.

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